Il ciclo gotico di Villa Castelnuovo
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Ragazzi che nelle perlustrazioni dei resti affascinanti e misteriosi di un antico "maniero" si imbattono nelle tracce affioranti di una pittura e che si affrettano a segnalarne la presenza. Curiosi - o peggio - che, appresa la notizia, asportano brandelli di quelle antiche immagini affrescate e ne mettono a repentaglio la sopravvivenza. </br>
Tra queste due opposte reazioni, la prima di consapevole attenzione per la propria comunità e la sua storia, la seconda di insipiente ed arrogante disprezzo del patrimonio comune, inizia negli anni ottanta del Novecento la moderna storia dello straordinario ciclo quattrocentesco dei Prodi di Villa Castelnuovo.</br>
Una storia che vede fin dagli inizi una straordinaria "coralità" nell'affrontare il problema complesso di come salvaguardare il ritrovamento, dalla proprietà del sito, agli istituti di tutela, alle amministrazioni ed alle istituzioni locali, alla comunità tutta. E si deve proprio a questa capacità di operare in sintonia se gli esiti sono quelli felici che questo volume ci racconta. Certo emerge negli scritti di tutti gli autori l'accorato rimpianto per la scelta in qualche modo obbligata di aver dovuto procedere allo stacco di affreschi che, salvati con la musealizzazione, saranno sì restituiti alla fruizione pubblica, ma avranno perso per sempre la concreta simbiosi con l'edificio per il quale erano stati voluti e creati. Eppure, anche se l'ambiente doveva originariamente proporre una ben più consistente parata di personaggi, il recupero straordinario delle sei figure di Prodi - nella loro ambientazione tra fasce decorative, alberi ricchi di frutti, prati fioriti, architetture merlate da cui occhieggiano le figure dei cani, sontuosi velari - grazie proprio al ritorno alla conoscenza ed agli studi che hanno accompagnato il restauro ci consentono di ritornare sul passato di questo territorio riappropriandoci della sua identità. </br>
Momenti travagliati di lotte e di disagio sociale, scontri per la supremazia territoriale e poi il castello di Uberto de Lorenzadio di San Martino dei Signori di Castelnuovo che splendidamente sostiene l'immagine del signore in una cultura che ci parla di raffinata conoscenza dell' antico, della letteratura contemporanea affidata a libri sontuosamente miniati, delle corti e del gusto "cavalleresco" che armature ed insegne rendono palpabile. Un ritrovamento ed un recupero quindi davvero straordinari nel restituirci tangibilmente il segno alto della cultura di questa area, forse per troppo tempo ricordata ed evocata nelle pagine di storia ma ora diventata visibile anche grazie ad un artista, quel Giacomino da Ivrea attivo nel corso del Quattrocento tra terre svizzere, aostane, eporediesi e canavesane, che proprio questi affreschi ci aiutano a meglio conoscere. </br>
La scelta sofferta dello stacco della pittura dai suoi muri - con la delicatezza del restauro nel suo complesso - è stata dunque corretta, e se le pagine di questo volume ci restituiscono vividamente la storia del castello dei San Martino di Castelnuovo di cui era oggi improponibile il pieno recupero, l'impegno è che i resti dai quali è partita l'avventura affascinante rimangano curati e protetti a testimoniare questa parte della storia mentre dal Museo Archeologico del Canavese i Prodi si offrono all'attenzione, all'ammirazione, alla storia e - perché no - alla fantasia.</br></br>
Carla Enrica Spantigati
Tra queste due opposte reazioni, la prima di consapevole attenzione per la propria comunità e la sua storia, la seconda di insipiente ed arrogante disprezzo del patrimonio comune, inizia negli anni ottanta del Novecento la moderna storia dello straordinario ciclo quattrocentesco dei Prodi di Villa Castelnuovo.</br>
Una storia che vede fin dagli inizi una straordinaria "coralità" nell'affrontare il problema complesso di come salvaguardare il ritrovamento, dalla proprietà del sito, agli istituti di tutela, alle amministrazioni ed alle istituzioni locali, alla comunità tutta. E si deve proprio a questa capacità di operare in sintonia se gli esiti sono quelli felici che questo volume ci racconta. Certo emerge negli scritti di tutti gli autori l'accorato rimpianto per la scelta in qualche modo obbligata di aver dovuto procedere allo stacco di affreschi che, salvati con la musealizzazione, saranno sì restituiti alla fruizione pubblica, ma avranno perso per sempre la concreta simbiosi con l'edificio per il quale erano stati voluti e creati. Eppure, anche se l'ambiente doveva originariamente proporre una ben più consistente parata di personaggi, il recupero straordinario delle sei figure di Prodi - nella loro ambientazione tra fasce decorative, alberi ricchi di frutti, prati fioriti, architetture merlate da cui occhieggiano le figure dei cani, sontuosi velari - grazie proprio al ritorno alla conoscenza ed agli studi che hanno accompagnato il restauro ci consentono di ritornare sul passato di questo territorio riappropriandoci della sua identità. </br>
Momenti travagliati di lotte e di disagio sociale, scontri per la supremazia territoriale e poi il castello di Uberto de Lorenzadio di San Martino dei Signori di Castelnuovo che splendidamente sostiene l'immagine del signore in una cultura che ci parla di raffinata conoscenza dell' antico, della letteratura contemporanea affidata a libri sontuosamente miniati, delle corti e del gusto "cavalleresco" che armature ed insegne rendono palpabile. Un ritrovamento ed un recupero quindi davvero straordinari nel restituirci tangibilmente il segno alto della cultura di questa area, forse per troppo tempo ricordata ed evocata nelle pagine di storia ma ora diventata visibile anche grazie ad un artista, quel Giacomino da Ivrea attivo nel corso del Quattrocento tra terre svizzere, aostane, eporediesi e canavesane, che proprio questi affreschi ci aiutano a meglio conoscere. </br>
La scelta sofferta dello stacco della pittura dai suoi muri - con la delicatezza del restauro nel suo complesso - è stata dunque corretta, e se le pagine di questo volume ci restituiscono vividamente la storia del castello dei San Martino di Castelnuovo di cui era oggi improponibile il pieno recupero, l'impegno è che i resti dai quali è partita l'avventura affascinante rimangano curati e protetti a testimoniare questa parte della storia mentre dal Museo Archeologico del Canavese i Prodi si offrono all'attenzione, all'ammirazione, alla storia e - perché no - alla fantasia.</br></br>
Carla Enrica Spantigati
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