L' utopia della pace nella Resistenza
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La gioventù che in ogni parte d'Europa sacrificò la propria vita per scongiurare “l'orrore di un mondo hitleriano, non voleva semplicemente ‘resistere’ ma sentiva di essere all'avanguardia di una migliore
società umana”. Così Thomas Mann, nella sua prefazione alle Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea. E infatti a dettare a coloro che si apprestavano al sacrificio della vita parole di fiducia e di speranza, di conforto e di incitamento a credere nel futuro dell’uomo fu, in primo luogo, la coscienza che essi avevano di costituire l’humus, il “terriccio” da cui sarebbe nato un mondo in cui la giustizia, la libertà, la pace sarebbero state un bene comune, non solo da preservare e da difendere ma da potenziare al massimo. È questa l'utopia che ha nutrito l’eroismo morale dei martiri della Resistenza e che essi hanno lasciato in eredità a chi è sopravvissuto al diluvio della violenza. Oggi che si è fatta più incombente la minaccia apocalittica, ripercorrere questo drammatico itinerario di pena e di speranza non è solo un doveroso tributo, è diventato una necessità morale. Di questo dovere e di questa necessità il
libro di Giorgio Luti vuole essere uno strumento da consegnare soprattutto alle nuove generazioni.
Memoria storica e insieme bilancio attuale, esso aiuta a riflettere criticamente sul nostro recente passato, in particolare su quel “nuovo inizio” che è stata la Resistenza, per trarne un monito alla nostra responsabilità di uomini di fronte alle scelte che si impongono, di fronte alla “via stretta” che si apre
dinanzi a noi come unica via di sopravvivenza. Per cambiare il corso della storia, liberandola definitivamente dalla legge della violenza, fattasi mortale per la specie, è necessario che l'utopia della pace si trasformi in cultura della pace. L'intento di Luti è stato di mostrare, anche attraverso la rilettura di alcuni grandi scrittori, che, nei suoi momenti più validi, la storia del nostro secolo — il secolo delle guerre mondiali e dei fascismi — è stata animata dalla ricerca e dalla prefigurazione di questa nuova cultura.
società umana”. Così Thomas Mann, nella sua prefazione alle Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea. E infatti a dettare a coloro che si apprestavano al sacrificio della vita parole di fiducia e di speranza, di conforto e di incitamento a credere nel futuro dell’uomo fu, in primo luogo, la coscienza che essi avevano di costituire l’humus, il “terriccio” da cui sarebbe nato un mondo in cui la giustizia, la libertà, la pace sarebbero state un bene comune, non solo da preservare e da difendere ma da potenziare al massimo. È questa l'utopia che ha nutrito l’eroismo morale dei martiri della Resistenza e che essi hanno lasciato in eredità a chi è sopravvissuto al diluvio della violenza. Oggi che si è fatta più incombente la minaccia apocalittica, ripercorrere questo drammatico itinerario di pena e di speranza non è solo un doveroso tributo, è diventato una necessità morale. Di questo dovere e di questa necessità il
libro di Giorgio Luti vuole essere uno strumento da consegnare soprattutto alle nuove generazioni.
Memoria storica e insieme bilancio attuale, esso aiuta a riflettere criticamente sul nostro recente passato, in particolare su quel “nuovo inizio” che è stata la Resistenza, per trarne un monito alla nostra responsabilità di uomini di fronte alle scelte che si impongono, di fronte alla “via stretta” che si apre
dinanzi a noi come unica via di sopravvivenza. Per cambiare il corso della storia, liberandola definitivamente dalla legge della violenza, fattasi mortale per la specie, è necessario che l'utopia della pace si trasformi in cultura della pace. L'intento di Luti è stato di mostrare, anche attraverso la rilettura di alcuni grandi scrittori, che, nei suoi momenti più validi, la storia del nostro secolo — il secolo delle guerre mondiali e dei fascismi — è stata animata dalla ricerca e dalla prefigurazione di questa nuova cultura.
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